Il ragazzo con la febbre di ferro

Cos'è davvero una bicicletta, quando non è davvero una bicicletta; ovvero il MacGuffin.

Questa storia comincia da una bicicletta.

È una vecchia bici da città. Non è una bici importante, non lo è mai stata.

La bicicletta non può sapere che per lei le cose stanno per cambiare, che diventerà molto importante per qualcuno e che non sarà mai più dimenticata.

Da quel che sappiamo le biciclette non hanno una coscienza. Questa bicicletta, quindi, giunta alla sua destinazione in un pomeriggio caldo e nuvoloso, si è limitata a fare quello che sa fare meglio: stare ferma finché qualcuno non la sposterà.

Si dovrebbe trattare del ragazzo con la febbre di ferro, nessuno sa che quella sarà la sua ultima bicicletta.

La febbre di ferro, il ragazzo la chiama così perché non è calda, per essere febbre. Gli fa venire le mani fredde, invece, e gli lascia in bocca il sapore del ferro.

Nonostante questo, il ragazzo con la febbre di ferro è riuscito a convincersi che questa sarebbe stata la volta buona. Durante l'estate aveva finalmente imparato ad andare in bicicletta e aveva vinto la sua sfida contro la gravità.

Avere una bicicletta in provincia significa libertà, quando hai quindici anni.

Gli amici del ragazzo vanno già in motorino, ma lui ha dovuto trovare altre cose da fare. Non ha mai potuto godersi granché l'aria aperta, non senza farsi venire qualche malanno. I primi tentativi di andare in bici li aveva fatti a sei anni, ma poi tra un'influenza e l'altra non c'era stato molto tempo per farne altri.

Il ragazzo, però, è contento. Non vede l'ora di andare in bici e godersi quella nuova libertà.

Deve solo fare una cosa, prima.

Chi glielo dice, ora, che quella bicicletta rimarrà al muro dove i suoi l'hanno appoggiata e non verrà mai più toccata dal ragazzo?

Io non posso dirglielo e nemmeno tu. Siamo spettatori del destino già scritto del ragazzo con la febbre di ferro. Un destino che passa in bicicletta.

Ne approfitto per parlarti del MacGuffin, visto che ci sono. Che cosa sia un MacGuffin non importa granché, importa che sia importante per i protagonisti della storia. E basta. Non è uno strumento risolutivo in sé e per sé, ma un espediente narrativo che muove i protagonisti nella storia senza però svolgere mai davvero una funzione attiva. Il Falcone Maltese è un MacGuffin; lo è il Sacro Graal de 'L'ultima Crociata' (anche se ha una leggera funzione risolutiva finale); lo è l'uranio di 'Notorius' e anche la ventiquattr'ore di 'Pulp Fiction'.

Il nome MacGuffin pare che glielo diede nel secolo scorso Angus McPhail, uno degli sceneggiatori che lavorava con Alfred Hitchcock. Potremmo anche chiamarlo 'Vello d'oro', se volessimo pescare dal calderone dei classicismi.

Per parafrasare le parole di Hitchcock: "è quella cosa per cui rischiano la vita le spie, ma a cui al pubblico non interessa niente". Eppure siamo qua. Attaccati a capire se loro, i protagonisti, riusciranno a ottenere ciò che vogliono. In alcuni casi siamo interessati a capire perché non lo otterranno.

Vi stavo raccontando della bicicletta e del ragazzo con la febbre di ferro.

C'è un'unica cosa che deve fare quel ragazzo prima di godersi la sua libertà.

I suoi genitori devono portarlo a una visita di controllo all'ospedale.

In quel periodo sta facendo parecchi esami e lui non immagina che quando arriverà in ospedale verrà prelevato da un giovane medico e il medico lo porterà in cima al tetto dell'edificio. Qui, non si direbbe, c'è una panchina con una bella vista su tutta la città. Le nuvole pesanti e il caldo di quella giornata scaldano le mani del ragazzo per la prima volta dopo giorni.

La febbre di ferro non è una malattia, lui lo sa. A quanto pare è un sintomo.

La malattia del ragazzo si chiama 'sarcoma osseo'. Il giovane medico gli spiega che non hanno molto tempo, che il ragazzo si deve operare subito.

Il percorso è tortuoso: gli caveranno una costola, forse due; e poi dovrà fare delle cure molto dolorose. Chemioterapia, radioterapia, e se farà parte del 5% dei sopravvissuti lo aspetteranno dieci anni di controlli.

Il ragazzo con la febbre di ferro sta pensando alla sua bicicletta, alla sua libertà. Alla strada ancora lunga che dovrà fare per trovarla. Guarda in basso, verso la città, e pensa che la sua sfida contro la gravità è appena cominciata.

Perché la parola 'morte' non riesci neanche a pronunciarla quando hai quindici anni e l'equilibrio che dovrà trovare ora è simile a quello che ha dovuto trovare per imparare ad andare in bicicletta. Solo che la strada è larga come un filo e sotto il filo c'è la terra pronta ad inghiottirlo.

È solo, davanti a quella che non è una scelta. Pensa ai suoi genitori, laggiù che aspettano, che aspettano da una vita di saperlo sano e salvo. Perché è questo che fa un genitore.

Il ragazzo pensa a quel cielo gravido, ai suoi coetanei senza capelli che ha visto nel reparto guadato come un fiume, trattenendo il respiro.

E dice solo: "Peccato per la bici, e peccato per il mio parrucchiere".

Non ho più nemmeno voluto guardare quella bici. Non che ce l'avessi con lei, me ne sono scordato. Ero soffocato dall'emergenza, dalla paura, dal dolore. Nella mia lunga marcia per restare in equilibrio ho incontrato la scrittura, però, e su quel filo ho imparato a farmi strada. E la strada è diventata sempre più larga, mi ha aiutato a poggiarmi su mondi interi in cui la gravità è diventata mia alleata. Mi ha aiutato a costruire ponti verso i mondi degli altri. Mi ha aiutato a fare di più e pensare meglio. E mi sono quasi soffocato di vita.

Oggi mi sono preso un po' più di tempo per raccontarti un 'tropo narrativo' mentre ti raccontavo un po' di me, della mia 'backstory'.

Non sono il primo a cui scrivere ha salvato la vita, ma non sarei sincero se negassi che IL BLOCCO DELLO SCRITTORE serve anche a ricordarmi questo.

Spero possa servire anche a te, sperare è quantomai salutare, e anche salutare è piuttosto salutare, specialmente quando si rischia di diventare noiosi. Quindi io ti saluto.

Ti aspetto fra le righe.